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Gerardo Rosci
Testi di Alessandro Fiorillo  maggiori info autore
Raffinato studioso della storia locale e delle tradizioni popolari del suo paese natale, Petrella Liri (L’Aquila), da qualche tempo Gerardo scrive poesie in dialetto locale e in lingua. Collabora attivamente con l’Associazione Culturale Nuovo Mondo, e del suo paese Petrella Liri ha pubblicato un interessante vocabolario relativo al dialetto petrellano, un lavoro di ricerca e di raccolta pregevole, grazie al quale il peculiare dialetto del suo paese può dirsi salvo.

Ecco alcune delle sue poesie estremamente interessanti, perché, nel dialetto locale, descrivono i momenti trascorsi e più significativi della vita locale, nei tempi recenti e pur già lontanti, quando la sua terra era terra di mulattieri, dei quali oggi resta qua e là, triste e consunta, qualche vecchia “arcioniera”, violentata dal sole, dal ghiaccio e dalla neve, dall’indifferenza o dall’oblio.
  
Un omaggio alla propria terra, ai propri ricordi, grazie ai quali la storia popolare locale si riscatta, riemerge, attraverso i versi, a tratti malinconici, a tratti briosi e brillanti, del nostro Gerardo.
 
Gerardo Rosci si sta affacciando soltanto ora sulla scena poetica locale…ma credo che ne sentiremo parlare ancora…

Di seguito alcune sue poesie:

   

MUARO

Ome sincéro, semplice, leale,
forte, votato tutto alla famiglia 
e a jo lavoro; tu, ‘sto capitale,
‘sti mui, te ji trattivi a brusca e striglia.

T’erano ‘n pò compagni della vita,
pe fa du sordi o pe fa cunti pari.
Mo che st’attivita è ‘n po’ sparita,
pe vedè i mui s’hao da fa i safari.

Quanto se tribboleva a icci appresso!
ma non te spaventeva la fatica;
tempo cattivo o bono era lo stesso,
pe ti ch’iri temprato ‘n po’ all’antica.

T’arizzivi allo scuro ogni mmatina,
sia co jo vento che t’entréa pe’ l’ossa,
sia co jo tempo bono o co la brina; 
fa lo muaro era fatica ròssa.

‘Na lavata de faccia ‘n po’ alla méglio
versenno ‘na cria d’acqua de copella,
te reveglivi e te sentivi béglio,
e via, partivi ‘n po’ alla chetichella.

Girenno tacchi tacchi pe facciate,
pe valli e macchie, te guardivi ‘n torno 
pe retrovà le béstie sparpagliate;
‘ntramenti s’era fatto bene giorno.

E ‘n tanto se senteva la campana
della cavalla e allora, a póco a póco,
le radunivi a beve alla fontana;
po’ revenivi e rappiccivi ‘o fóco.

Quando arriveano i mui della mmasciata,
a recchie ritte e allonghenno i mucchi, 
nitrevano, sentènno già la biada
che steva bell’ e pronta dentro i bucchi.

A ogni muo ci divi la razione,
jo ‘ncapezzivi e ci mettivi jo mmasto;
po t’ascitivi pe la collazione: 
‘na brava panontella; che gran pasto!

‘Na frasca bella liscia e appezzutata
co jo cortejio, diventea ‘no sticco; 
mpegnènno comenzivi la magnata,
co ‘n po’ de vino …’no magnà da ricco.

“Ma è ‘n pò pesante” diceria la gente
“la panontella fatta a colazione”;
quasso pesante! Quissi ‘on ne sao gnente!
…Pesevano le balle de carbone!...

Quand’era brutto tempo, te portivi
‘na brav’ ombrella grossa e la giacchetta
de pelle de diavolo e nsivìvi
le scarpe e ji gambali de vacchetta.

L’ombrella era de quele da muari
che quando ivi a cavaglio, l’apertura
te raccappeva sotto pari pari
j’ome, jo mmasto e la cavarcatura.

Pe pranzo te portivi, ogni mmatina,
du scoppole, ‘na fetta de ventresca
bella paccuta e, nzema alla mmotina,
‘no copellitto pino d’acqua fresca.

Levivi i bucchi e po’ ji rezzelìvi;
pó, co jo pete alla carecatora, 
azzecchivi a cavaglio e abbiìvi,
da tipico muaro che lavora.

E ‘ntanto tutta quanta la mmasciata
se comenzeva a move in fila indiana
e te veneva arète ‘n po’ allongata
fino a j’urdimo muo colla campana. 

(Questo era, grosso modo, il ritornello che, in altre parole, il giovane mulattiere si sentiva spesso ripetere.)


Arizzate vajó, ch’è giorno fatto,
ché gli muari s’hao d’arizzà cétto,
Mo che si diventato giovenitto
non ci sta più chi te prepara ‘o piatto.
A ‘na cert’ora, se remani a létto,
te mpuzzonisci comme ‘no porchitto.
Si bejo rosso, non si più varzitto;
arizzate vaglió, ch’è giorno fatto.


TRADUZIONE

Mulattiere


Uomo sincero, semplice, leale,
forte, votato tutto alla famiglia
ed al lavoro; questo capitale,
i muli, li trattavi a brusca e striglia.

T’erano un po’ compagni della vita
per far due soldi o fare conti pari.
Ora che quest’attività e sparita,
i muli puoi vederli in un safari .

Quanto si tribolava a starci appresso!
Ma non ti spaventava la fatica;
tempo cattivo o buono era lo stesso,
per te ch’eri temprato un po’ all’antica.

T’alzavi che era buio ogni mattina:
sia col vento ch’entrava nelle ossa,
sia con il tempo buono o con la brina;
esser mularo era fatica grossa.

Una lavata al viso un po’ alla meglio
versando un poco d’acqua di copella 
e allora ti sentivi bello e sveglio,
e via, partivi un po’ alla chetichella.

In giro, gambe in spalla, per facciate,
per valli e boschi, ti guardavi intorno
per ritrovar le bestie sparpagliate;
intanto s’era fatto pieno giorno.

Ed ecco, si sentiva la campana
della cavalla, e allora, a poco a poco,
le radunavi a bere alla fontana;
poi ritornavi ed accendevi il fuoco.

Appena che arrivava, la mmasciata,(1)
a orecchie dritte ed allungando i musi
nitriva ché sentiva già la biada
ch’era là, pronta nei sacchetti sfusi.

Ad ogni mulo davi la razione,
lo incavezzavi e gli mettevi il basto;
poi ti sedevi per la colazione:
…la buona panontella; che gran pasto!

Una fraschetta liscia ed affilata
col coltello facevi uno spiedino;
intingendo iniziavi la mangiata
…da gran signore, con un po’ di vino.

“Ma è un po’ pesante” dice certa gente
“farsi la panontella a colazione”;
ma che pesante! Non capite niente!
…Pesavano le balle di carbone!…

Quand’era brutto tempo ti portavi
un bell’ombrello grande e la giacchetta
di pelle di diavolo e ingrassavi
le scarpe ed i gambali di vacchetta.

L’ombrello era di quelli da mulari,
che quand’eri a cavallo, l’apertura
ti ricopriva sotto, pari pari,
l’uomo, il basto e la cavalcatura.

Per pranzo ti portavi, ogni mattina:
due fettone di pane e la ventresca
tagliata grossa e, insieme alla “mmotina” (2) 
un barilotto pieno d’acqua fresca.

Tolte le museruole, le posavi;
mettevi il piede alla carecatora (3)
montavi su a cavallo ed t’avviavi
tipico mulattiere che lavora.

e intanto, tutta quanta la “mmasciata” (1)
pian piano si muoveva in fila indiana
e ti veniva dietro un po’ allungata
fino all mulo che aveva la campana.

Note
(1) la mmasciata e la squadra di muli con i quali il mulattiere lavora.
(2) la mmotìna è il fagotto con le vettovaglie che il mulattiere o l’operaio in genere si portava per il pranzo.
(3) la carecatora è una breve corda che unisce i due arcioni alla base del basto che oltre alla sua funzione di lavoro, serve anche da staffa. 
 
 
 
Curiosando qua e là con nostalgia, alla ricerca di qualcosa di autentico ed antico, tra le rovine di una Petrella sepolta dal maledetto cemento dei condomini e dalla frenetica follia di modernità, mi sono trovato, nel cortile di una stalla semi diroccata di Via della Rapina, di fronte ad una vecchia, cadente arcioniera. Il figlio del mulattiere che dorme in me, si è svegliato ed è venuto fuori e le si è rivolto, con pretese poetiche…in dialetto; un’arcioniera non avrebbe capito un altro linguaggio…


 
A ‘NA VECCHIA ARCIONIERA

Cara arcionièra, vecchia, consumata,
tra l’ardìca e ‘na pianta de zammuco
sbiancata dajo sòle, sconsolata
t’aggrappi a ‘na colonna e a ‘no pezzuco.

Ma tanto témpo fa, pora arcionièra,
‘n groppa a cavagli, a mui o a somari
si stata sempre comme ‘na bandiera
sventolata qua e là dagli mujari.

Quante ne si girate de montagne,
tutta armata de jàccoi e ciammélle,
carecata de lena, de filàgne, 
de carbone, de fasci o de copèlle!

Allora sci, che iri tutta bella 
e se poteva di’ che iri ‘no mmasto
e stivi bene fissa alla bardèlla;
…comme ci ngènne a retoccà ‘sto tasto!

Mo si remasa sòla e poverella,
si spoglia e nuda, senza finimenti;
non t’è remasa manco la bardèlla
fracicata dall’acqua e dagli vénti.

Che ci pó fa? jo tempo ci consuma, 
la vita passa e ‘n torno cagna tutto;
tutto fenisce, tutto quanto sfuma 
e tu remani ‘n ósso de presutto.


TRADUZIONE

AD UNA VECCHIA ARCIONIERA (1)

Cara arcioniera, vecchia, consumata,
tra l’ortica e una pianta di sambuco
sbiancata dal sole, sconsolata
t’aggrappi a una colonna e ad un piolo.

Ma tanto tempo fa, povera arcioniera,
in groppa a cavalli, o a muli o a somari
sei stata sempre come una bandiera
sventolata qua e là dai mulattieri.

Quante ne hai girate di montagne,
tutta armata di corde e di ciambelle,(2)
caricata di legna, di stanghe,
di carbone, fasci o di copelle! (3)

Allora si, che eri tutta bella
e si poteva dire che eri un basto
e stavi bene fissa alla bardella; (4)
…come ci fa male toccare ancora questo tasto!

Ora sei rimasta sola e poverella,
sei spoglia e nuda, senza finimenti;
non t’è rimasta neanche la bardèlla
marcita all’acqua ed ai venti.

Che ci puoi fare? il tempo ci consuma,
la vita passa e intorno cambia tutto;
tutto finisce, tutto quanto sfuma
e tu rimani …un osso di prosciutto.

Note
(1) l’arcioniera è il fusto di legno del basto, ad essa sono legate le varie corde ed imbracature. 
(2) Le ciambelle dei basti sono anelli di legno nei quali si fanno scorrere le corde per legare la soma.
(3) La copella è un barile di legno a sezione ovale di varia capacità, per il trasporto dell’acqua potabile.
(4) La bardella è la parte imbottita del basto che va a diretto contatto con l’animale.


 
Alle sorgenti del Liri


Nei miei ricordi spesso tu riaffiori,
amico fiume, voce delle notti
ormai lontane e insieme a te fuggite. 
Io ti rivedo, impetuoso, allegro,
rinvigorito dalle nuove piogge.
Tu serpeggiavi tra gli anfratti ombrosi
scivolando impaziente nella valle.
Calmando l’impeto e la corsa e il suono,
disteso al sole del mattino, chiaro 
come uno specchio illuminavi il cielo
riflesso nel tuo seno; ed al tuo canto
si univa il vento che con mille note 
bisbigliava tra i salici, e le chiome
accarezzava con le fresche dita. 
E nella quiete delle notti estive
assorto, al buio presso la finestra,
muto, indugiando ad ascoltar la valle,
io dolcemente mi adagiavo al canto
della tua chiara voce ed agli arpeggi
di mille grilli e a un brulicar di stelle, 
in questa culla verde, tra le sponde 
di monte Arunzo e monte Camiciola.


 
LA PANONTELLA


Te lla da fà da ti, non va ordinata;
te llo pò dice uno che l’apprèzza,
se no, t’ariva già ‘na cria magnata;
bene che va, te ne retruvi mezza.

Se te lla fao, chi te lla sta facenno,
tant’e j’addore e tanto è saporita
che mentre ntegne già ve moccechenno
e prima che fenisce è già fenita. 

Tu fàttella da soio, damme retta,
se proprio vó provà soddisfazione
de magnàttella, fetta doppo fetta,
pe fa’ merenna o pe fa’ collazione.

Dice: “ma c’è bisogno d’esse cóco
pe sapè fa’ na bona panontella?”
Macché, t’abbasta pane, unto e fóco;
è na pietanza ricca e poverella.

E’ povera pe’ comm’è preparata,
ma è ricca de sapore e nutrimento.
Sia beneditto quio che l’ha nventata,
ci ssa daria da fa’ ‘no monumento

Povero è pure chi non pò provalla
pe colpa de sta dieta benedetta.
I, de ‘sta ‘ntigni e magna calla calla
ci lla donco lo stesso la ricetta:

S’ha da sta ascisi co na seggia bassa
Denanzi a no cammino co la rascia.
Prima de tutto piglia dalla massa
Du scoppole che ognuna recombascia.

Pó ‘na sasiccia, se ci sta, o ‘na lesca
de panunto oppure de guanciale
oppure, ancora meglio, de ventresca, 
robba sincera, ‘nsomma, de maiale.

Denanzi o foco, sopr‘ jo pavimento,
mitti ‘no beglio fogl’ ‘e cartapaglia
pe appoggiacci ‘sto pane e condimento,
proprio comme se fosse ‘na tovaglia.

Sbrascia ‘na cria ma non fa fà lo fume
e appoggiaci le mmólle o ‘no trappète.
Piglia ‘no sticco e nfila ‘sto salume;
(so’ secoli che st’atto se repete).

Jo porco sopra ‘o fóco frigge e cóla
ma quela grazi’ ‘e Dio non va sprecata
se spreme tra du scoppole, e la gola
te dice: ”forza, dà ‘na moccecata!”

Mocceca, ntigni e mocceca, ‘a sto punto
è bell’e fatta e tu, sempre più jutto
pigli jo sticco, sfili lo panunto,
lo mitti tra lo pane e magni tutto.


TRADUZIONE

LA PANONTELLA


Devi fartela tu, non va ordinata
te lo può dire uno che l’apprezza, 
altrimenti ti arriva un po’ mangiata;
bene che va te ne ritrovi mezza.

Se te la fanno, chi la sta facendo,
tanto è l’odore e tanto è saporita
che mentre intinge viene già mordendo,
e prima che finisca è già finita.

Tu fattela da solo, dammi retta,
se proprio vuoi provar soddisfazione
di mangiartela fetta dopo fetta
per far merenda o per far colazione.

Dice: “ma c’è bisogno d’esser cuoco
per fare una buona panontella?”
Ma ché, ti basta pane, unto e fuoco;
è una pietanza ricca e poverella.

E’ povera per com’ è preparata 
ma è ricca di sapore e nutrimento.
Benedetto colui che l’ha inventata,
bisognerebbe fargli un monumento. 

Povero è pure chi non può mangiarla
per colpa della dieta benedetta.
Di questa “intingi e mangia”, per provarla,
io gliela do lo stesso la ricetta.

Devi sederti basso con la sedia
presso un camino coi carboni accesi.
Prima di tutto prendi dalla madia
quel pane che si fa su nei paesi.

Poi una salsiccia, se ce l’hai, o una fetta
di carne grassa oppure di guanciale
oppure, ancora meglio, di pancetta,
roba sincera, insomma, di maiale.

Davanti al fuoco, sopra il pavimento
metti un bel foglio tipo cartapaglia
per appoggiarci il pane e il condimento,
proprio come se fosse una tovaglia.

Fai un po’ di brace senza fare fumi
e appoggiavi le molle od un treppiede.
Prendi uno spiedo e infilavi i salumi
(da secoli quest’atto si ripete).

Il porco sopra il fuoco frigge e cola
ma questo ben di Dio non va mai perso,
si spreme tra due fette e la tua gola
ti dice intanto: “ forza, dai un bel morso”.

Mordi poi intingi e mordi, a questo punto
è bell’ e fatta e tu, sempre più ghiotto,
prendi lo spiedo, sfili via quell’unto,
lo metti in mezzo al pane e mangi tutto. 



La Petrella n’pretissione


Ogni quinnici d'agusto
(mesà 'e ciao pijato gusto),
grazie a quisto commitato,
jo patrono è festeggiato.

De mmatina l'armonia
della banda pe là via
te reveja; che te mporta,
mica t'entra dalla porta.

Tra campane, quio che spara
mentre sona la fanfara,
e po’ j’eco della roccia…,
te sse ‘ntrona la capoccia.

Iamo, tutti ‘n pretissione
comme ormai è tradizione!

Come solito, Bannella
fa da brava sentinella
co j’aspetto serio e duro
appoggiato a ‘no torturo;
prova sempre gran piacere
d’esse Gran Cerimoniere.
Sotto o sòle che già coce
passa Nino co la croce.
Miccheluccio, posto fisso,
s’è ncollat’ jo crocefisso;

po, ‘n pò d’ommeni gagliardi
co bandiere e co stennardi,
stao attenti ogni momento
da che parte tira ‘o vénto.

Tra i canti e tra l’incenzo
passa Pietro D’Innocenzo;
s’è ncollato quio pennone
sino a fine pretissione.

Giovenotti forti e tanti
s’ao ncollato i vari Santi,
sia liggero o sia che pesa,
hao svotato mezza Chesa.

Sant’Antonio e Bambineglio,
San Giuvanni co j’agneglio;

Sant’Agnese vè alla fine
sopra tante signorine
senza veli e senza manti;
e po arete ancora santi.
Vè Sa’ Rocco colla peste,
compatrono delle feste;
sempre ‘nzema co’ ‘no cane
che tè ‘nmocca quelo pane.

San Micchele ‘n po’ più arete
co Lucifero da péte,
mentre sguaina la spada
ci redà ‘na ncalecata.

Po, ve’ ‘o parroco de zona
ch’è ‘na gran brava persona,
fa lo prete per davero,
è ‘no prete furastiero;
canta e prega, prega e canta
da persona bona e santa.

Preceduto da vessilli
ecco ‘o Sindaco Murzilli;
rende omaggio e se fa onore
co la fascia tricolore.

Dalla piazza de Scrocchino
prima sosta da Quintino;
cala abballe a jo Vignale
strada bbona, senza scale;

dalla via ‘e lla Pagliarella,
doppo cas’ ‘e Campanella,
svota vers’ ‘o Pisciareglio
pe la via che va a Casteglio;
doppo ariva a jo curvone
de Casale Poletone.

Finarmente se respiana
quando sta a Cesa Massana.

Doppo ’n po' a 'jo monumento
se reposa 'no momento;

Alla chesa de Sa Rocco,
mentre ariva ‘n po’ d’abbiocco,
tra ‘no sparo e ‘n’incenzata 
se fa l’urdima fermata.

E ‘n po’ tutti co j’affanno
rengrazimo pure vanno,
paesani , villeggianti,
la Madonna e gl’atri Santi

Sona forte ogni campana
pe ‘sta festa petrellana,
spari e banda e orazione,
sta a rentrà la pretessione!
 

 
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