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Antico stemma di Petrella LiriPetrella Liri frazione del Comune di Cappadocia è situata a 1076 metri s.l.m. Sorge ai piedi del monte Aurunzo e si trova nella Valle di Nerfa e vicino alle sorgenti del fiume Liri. Il nome Petrella deriva dal latino PETRAEUS, che significa “che cresce sulla roccia”. La caratteristica di questo paese è la sua simbiosi con il paesaggio che lo circonda. 
 
Infatti le rocce non sono state da ostacolo alla costruzione del paese, ma ne sono parte integrante; le case sembrano essere delle gemme incastonate fra le pietre del monte Aurunzo. Passeggiando attraverso le stradine che si snodano tortuose tra le case, sembra di vivere in un tempo lontano dove la pace e la tranquillità facevano da padroni. Sovrasta Petrella una spettacolare pineta di abeti e grandi rocce che fanno da cornice al paese che ha qualcosa di misterioso. I pini sono stati piantati dopo il terremoto del 1915.Il primo nucleo abitativo nella zona di Petrella si colloca intorno al sec. III e II a.C. di questo periodo si hanno testimonianze di soli tre insediamenti situati nell’alta valle del Liri, sono,GROTTA COLA I,GROTTA COLA II e LE MACERINE.
 
Grotta Cola I è stata scoperta ed esplorata nel 1877 e qui sono stati trovati crani ed ossa di “Ursus Spelaeus” e frammenti di stoviglie, cioè vasi di argilla mista a granella di quarzo e fogliette di mina di diversi colori, specie nerognoli e rossastri, ed un ascia di pietra verde neolitica.
 
Antico stemma di Petrella LiriNel 1965 a Grotta Cola II è stato ritrovato un focolare alto 40 cm, contenente frammenti ceramici della cultura di Ripoli, alcuni strumenti ed un pendaglio in osso. È da dedurre che la grotta fosse utilizzata come insediamento per breve tempo da una famiglia di agricoltori che viveva, forse, nella piana sottostante e che potrebbe essere stata costretta ad abbandonare il villaggio a causa dell’arrivo dei pastori neolitici. In questo periodo remoto la zona sembra ricadere nella regione marsicana dei Marsi ed Equi. Le comunità locali sono legate alla grande civiltà SAFINA o SABINOS, una civiltà appenninica dell’età del ferro caratterizzata da numerosi centri fortificati chiamati “OCRES”. Gli abitati fortificati si concentrano sulle alture che dominano le pianure e le valli Marsicane in modo da controllare e difendere il territorio agricolo e di pascolo delle comunità locali.
 
La comunità SAFINA è dominata dalla figura del re “RAKI” e del principe “NERF”. Sarà forse per una coincidenza che la valle sottostante Petrella Liri si chiami valle di Nerfa. Questa comunità è esistita dal sec. IX al IV a.C. L’elemento fondamentale della loro economia è la pratica della guerra e del mercenarismo, associato ad una modesta attività agricola; è probabile che tra gli OCRES ci sia stata una situazione di estrema conflittualità per tutta l’età del ferro, con guerre continue fra i re e i principi che li dominavano.

Antico stemma di Petrella LiriAll’inizio del sec V a.C. nascono numerosi stati repubblicani e nel territorio marsicano, gli stati federali degli “AEQUI e dei MARSI”. La valle di Nerfa è posta sul confine settentrionale della repubblica Marsa il “NOMEN MARSO”.
Alla fine del sec V a.C., al termine dei conflitti tra Roma e i marsi, la valle di Nerfa viene inserita nel territorio della colonia romana Alba Fucens “L’AGER ALBENSES” con la nascita di nuove strutture ed insediamenti basate su “ Vici” (villaggi), “Fana” (santuari), “Fundi” (ville rustiche).
 
In età augustea , il territorio della IV regione “Sabinia et Sannium” è inserito nella tribù Fabia, come tutti i cittadini del “Municipium Albense”. La tribù derivante dalla “Gens Fabia” costituiva, come altrove, le unità amministrative per il “censo, la tassazione e la leva militare, come pure per le assemblee della plebe”. 
 
Un probabile insediamento si ha nel periodo della realizzazione dell’ Emissario Claudio nei Piani Palentini, infatti si verifica in questo periodo un potenziamento del tracciato che metteva in comunicazione Alba con Sora ad opera di Traiano nel 100 d.C. questa strada collegava “Sublaquem ad Alba Fucens” attraverso Vallepietra, monte Autore, Valle di Nerfa, il passo di Monte Girifalco. Questo tratto è riconoscibile nella famosa “TABULA PEUTINGERIANA” che descrive una strada che passando per il Campo dell’Osso, si dirige verso Vallepietra, il santuario della SS. Trinità raggiunge attraverso i monti Simbruini, il piano di Morbano, Cappadocia, Petrella, Pagliara, il valico di Girifalco, Vallemaggiora, i Piani Palentini e la via Traiana che portava ad Alba.
 
Antico stemma di Petrella LiriSulla detta strada, presso le sorgenti della Nina e quelle di Santo Pietro e il valico di Girifalco sono state rinvenute tracce evidenti di ruote di carro tagliate su roccia. Testimonianze epigrafiche e monumentali dell’età romana sono confermate dal ritrovamento di questa iscrizione funeraria “F (--) IMO C (CAIO) CELER (IO)” che conferma l’esistenza di necropoli lungo la strada che da Petrella portava a Pagliara ed al valico di Girifalco . Tombe relative ad un probabile “Vicus” sono state segnalate presso le Sorgenti della Nina e quelle di santo Pietro a Petrella, sotto i picchi rocciosi del monte Aurunzo. 
Con l’arrivo dei Longobardi, dal 571 al 574 d.C. ha fine il sistema municipale romano ed ha inizio quello feudale germanico e tra l’859 e l’860 d.C. la struttura cambia a favore di insediamenti fortificati d’altura i “Castella”. Con l’arrivo dei Farfensi tra il sec X e XI d.C. s’inserisce un area di cultura benedettina, riprova di ciò sono i ritrovamenti di tegole raffiguranti lo stemma di San Bernardino, monaco benedettino che al suo passaggio lasciava come traccia uno stemma riguardante l’effige del S.S. Sacramento. 
 
In un elenco di edifici nelle “Chronica Monasterii Casinensis”del 949 d.C. si nomina San Germano in Petrella Romani con la seguente iscrizione:
“…..Sancti Germani in Putrella Romani. Omnes istae Ecclesia, cum universis possessionibus et pertinentiis earum mobilibus et immobilibus precito monasterio antiquitus pertinuerunt…..” Un possedimento facente parte del monastero di Santa Maria di Luco che fu concesso dall’Abate di Montecassino Aligerno al conte dei Marsi Rainaldo. Nel 1051 la chiesa di San Pietro in Petrella fu acquistata dall’Abate Umberto nella valle di Nerfa nella rocca di Petrella con la seguente iscrizione: “Acquisivit in Valle Nerfa Ecclesiam unam,………..Sancti Petri, positam iuxta Roccam que Petrella vocatur, cum casis, terris, vineis, libris, paraturis, animalibus et cum omnibus bonis suis………..”
 
Nel 1100 Petrella viene interessata da un episodio riguardante Berardo vescovo dei Marsi, nativo di Colli di Monte Bove che fu fatto catturare dalla famiglia Colonna. La notizia della sua cattura arrivò rapidamente a Roma e il Papa cercava il modo di liberare il suo funzionario, forse pensando a mezzi diplomatici o a trattative di riscatto, come spesso si usava anche in quei tempi. Ma quando furono informati dell’accaduto i Conti Berardi della Marsica, questi ebbero una reazione ben più stizzosa e violenta. Quel loro congiunto, che stava a servizio diretto del Papa e rinnovava così le glorie del loro casato, da cui tanti vescovi e cardinali erano usciti, ora vittima dei Colonna, era un affronto troppo grave che essi ricevevano. Il conte Berardo immediatamente si mise ad organizzare un piccolo esercito per liberare il figlio. Questi eserciti allora erano formati dagli uomini forniti dai paesi e dai villaggi sotto la signoria del feudatario o del vassallo, in proporzione al numero delle famiglie, su cui gravavano anche le spese per l’armamento.
 
I ranghi degli ufficiali erano per lo più coperti dai figli minori delle famiglie nobili, i quali, non potendo aspirare all’eredità degli avi per le leggi del tempo, erano costretti a scegliere la via della carriera militare. Mentre i banditori del Conte giravano la contea dei Marsi per chiamare a raccolta i soldati e il Conte organizzava quelli che rispondevano alla chiamata, uno di quei nobili di nome GIOVANNI DA PETRELLA, imparentato con la famiglia dei Berardi, si presentò al castello e chiese di parlare al Signore. Fu ricevuto dal Conte e a questi GIOVANNI espose un suo piano alternativo per liberare Berardo dalla prigionia dei Colonna con uno stratagemma, senza ricorrere ad un attacco armato contro la potente famiglia romana.
 
Il conte Berardo si rese perfettamente conto della serietà e della convenienza della proposta. Se il piano di GIOVANNI fosse riuscito, si sarebbe evitata l’azione armata, che in quei tempi turbolenti comportava troppi rischi e molte spese , con la sicura perdita di vite umane tanto preziose all’economia della contea. Fu così che alcuni giorni dopo, a Palestrina, un mendicante si avvicinò alla guarnigione dei Colonna che teneva prigioniero nella cisterna Berardo. Il mendicante era GIOVANNI DA PETRELLA travestito. I soldati dei Colonna , quando videro lo straccione, pensarono a un inaspettato passatempo nella noia del servizio di guardia. Chiamarono il finto mendicante, gli buttarono qualche avanzo del rancio e cominciarono a divertirsi con lui. Con frizzi e lazzi, battute di spirito e buffonate GIOVANNI riuscì ad entrare in confidenza con i soldati. Poi non gli fu difficile accostarsi al prigioniero e a liberarlo portandolo in salvo a Roma.
 
Altre notizie sul luogo le abbiamo nel 1105 quando a causa di una lite tra il vescovo Pandolfo e i suoi parenti, la valle di Nerfa si trovò nel mezzo di questa storia. Infatti al termine di questa lite ci fu una scissione della diocesi dei Marsi e una parte rimase nella diocesi con il vescovo PANDOLFO mentre le zone di CARSEOLI, ROCCA, E LA VALLE DI NERFA si unirono all’ antivescovo ATTONE. Tutto questo avvenne durante il pontificato di BENEDETTO IX. Dopo un anno circa il vescovo PANDOLFO riuscì a riunire di nuovo la diocesi. Verso il 1187 nella bolla dell’antipapa CLEMENTE III, vengono citate le chiese di SAN ANGELO E SAN GIOVANNI DI PETRELLA, con le parole: “…Sancti Angeli, Sancti Joannis in Petrella…” e nell’elenco con queste altre parole: “…Ab Ecclesia Sancti Angeli de Petrella, grani cuppas sex…”
 
Sappiamo da fonti certe che la zona dell’ALTA VALLE DEL LIRI ha sempre rappresentato per i sovrani un zona di particolare importanza trovandosi al confine con lo STATO PONTIFICIO, infatti ancor oggi sono evidenti i CIPPI che lo tracciavano, riportanti lo stemma dello STATO PONTIFICIO da un lato e dall’altro quello del REGNO DI NAPOLI. Nel tratto di confine attribuito a Cappadocia furono posti 12 CIPPI . Nei testi sui siti fortificati e i “castrum” di epoca medievale vengono riportati in questa zona quattro centri fortificati tutt’oggi evidenti: CASTELLO DELLA CERIA, ROCCA DI PETRELLA, VERRECCHIE e GIRIFALCO, presso PAGLIARA. A Petrella esisteva la famiglia GALANTE rimasta dopo la disfatta di Corradino. Nella casa dove abitava erano scavati quattordici celebri pozzi, cioè delle trincee che in tanti rincontri “hanno ammiserita di sbirri la famiglia Colonna”.
 
Del palazzo di questa nobile famiglia sono ancora visibili le stanze utilizzate dopo il terremoto dei 1915 come deposito per le macerie delle case sovrastanti. Il 6 luglio 1495 il regnante aragonese concesse a Fabrizio Colonna ed ai suoi eredi l’investitura totale delle terre appartenute a Virgilio Orsini e devolute al regio fisco a causa della sua ribellione, tra i possedimenti figuravano anche le terre di Petrella e Cappadocia. La seconda metà di questo secolo, se pur fra vari conflitti, segna l’inizio della mobilità dei braccianti agricoli e dei pastori della Valle di Nerfa , che si specializzarono nell’allevamento di ovini e equini (cavallari), che emigravano verso la campagna romana e precisamente nei possedimenti degli Orsini e dei Colonna . Rinasce la vecchia strada romana che passa attraverso Corcumello, Girifalco, Petrella, Cappadocia, Vallepietra e Subiaco, strada che diventa anche meta dei pellegrinaggi alla SS. Trinità. In questo clima di continua espansione della pastorizia verso il Regno di Napoli nella metà del ‘400 i Colonna istituiscono la Dogana pastorale utilizzando i pascoli estivi dei Monti Simbruini.
 
In virtù di queste zone di pascolo la Marsica occidentale mostra diversi paesi in grado di fare dell’allevamento transumante un’attività stabile. Prima del 1806 la famiglia Colonna possedeva il ripartimento di Cappadocia e Petrella con 1166 abitanti per Cappadocia e 958 per Petrella. Dopo l’occupazione francese, Giuseppe Bonaparte, aboliti i feudi, decise la seguente ripartizione della “montagna Dogana” così chiamata perché in essa passavano i confini tra lo Stato Pontificio e il Regno di Napoli. La ripartizione fu la seguente: una metà rimase al principe Colonna, l’altra metà fu divisa in sei parti così ripartite:
“Tre parti a Cappadocia e Petrella, una parte a Verrecchie e due parti a Tagliacozzo”.
 
Nel 1837 circa a Petrella venne tolto il comune e fu portato a Cappadocia. L’antica sede si trovava in via della Torre al fianco di palazzo Troiani un edificio del sec. XVII fatto costruire dalla famiglia Toiani come regalo di Nozze. Il matrimonio fu un evento storico, si racconta che molte donne della servitù del principe fecero una processione lungo la strada che portava al palazzo con in testa dei cesti colmi di biancheria della sposa. Abbiamo detto precedentemente che Petrella fu interessata dalla transumanza orizzontale quella cioè verso la campagna romana e precisamente nei possedimenti degli Orsini e dei Colonna. Questo esodo iniziava il mese di settembre, si partiva a piedi dalle montagne e si viaggiava di notte sostando nei paesi che si incontravano durante il tragitto solo di giorno. La prima sosta si faceva a Camerata, poi si proseguiva per Rio Freddo, si arrivava a Mandela e si ripartiva per Tivoli in località Tor de’ Sordi per avviarsi all volta della Valchetta in località La Storta per giungere infine alla Casaccia che era la zona di sosta definitiva. A giugno si tornava a casa, ma si sostava in montagna e si scendeva in paese a turno ogni cinque giorni .
 
Nel 1854 una forte epidemia di colera interessò il paese, molti furono i morti. Da alcune lettere scritte dai sacerdoti e dal medico di Petrella si apprendono notizie di questa epidemia. Queste lettere ci informano che: “il primo caso si ebbe il 6 settembre 1854 e fu un bambino di quattro anni che visse solo dodici ore. Il secondo caso si è avuto il giorno 8 settembre e dal giorno 12 al 18 ci furono cinque decessi. L’ultimo ci fu il giorno 28 settembre. Il giorno 12 fu quello più funesto perché i malati erano molti, ma nell’atto di uscire la processione del S.S. Sacramento, il male cambiò d’aspetto e quelli che sembravano attaccati dal colera furono minacciati di una altra malattia , cui fu subito dato una dose di solfato di china e detto giorno e nel giorno seguente vi furono circa 80 malati i quali sono tutti guariti……….le donne sono più soggette degli uomini……”
 
Il 1882 Petrella mediante un’istanza fatta dal consiglio comunale ottiene dal Re d’Italia Umberto I la possibilità di aggiungere al nome che già possedeva l’appellativo “LIRI” autorizzazione che giunse il 18 giugno 1882 . Nel 1915 anche Petrella fu colpita dal terremoto che distrusse la Marsica. Molte case crollarono e soprattutto la vecchia chiesa parrocchiale che si trovava in piazza Centrale e che era dedicata a San Giovanni Battista e San Michele Arcangelo. 
 
La 1° guerra mondiale vide poi molte famiglie dividersi perché i più giovani venivano chiamati alle armi mentre in paese restavano i vecchi, le donne e i bambini. Molti ragazzi di Petrella furono inseriti nei battaglioni d’assalto, il loro coraggio era immenso, infatti venivano mandati alla carica supportati soltanto da un fucile a baionetta ed un pugnale, alcuni anziani raccontavano che prima della battaglia servivano loro degli alcolici per stordirli e per non fargli rendere conto di ciò che stava accadendo. Durante il secondo conflitto mondiale Petrella fu per due volte occupata dai tedeschi che fecero il loro quartier generale in casa Basile, una antica e nobile famiglia del luogo che possedeva una abitazione molto grande e quindi adatta allo scopo.
 
I tedeschi occuparono tutta la casa tranne la cucina ed una stanza che venne lasciata ai proprietari. Sotto le rocce del monte Aurunzo in località Santo Pietro era sistemato il deposito delle armi, che servivano per il rifornimento delle guarnigioni che erano d’istanza a Montecassino. I tedeschi erano preoccupati per questo deposito e temevano qualche imboscata da parte dei partigiani del luogo e fecero sapere attraverso la signora Teresa Basile ,la quale parlava il tedesco, che, se nessuno faceva loro dei dispetti, quando fossero partiti, avrebbero lasciato il paese come l’avevano trovato; altrimenti avrebbero appiccato il fuoco senza avvertire alcuno.
La signora si fece portavoce di questo appello e nessuno disturbò il lavoro dei militari.
 
C’era tra gli abitanti un certo “Enrico” che era di origine ebrea e che faceva l’antiquario a Roma. Egli sposò un donna di Petrella e per sfuggire alle persecuzioni vennero a vivere nel paese. Lui era terrorizzato quando i tedeschi occuparono la zona, ma la signora Basile gli disse di stare tranquillo perché lei stessa aveva assicurato ai militari che era una persona di fiducia.
Quando i tedeschi lasciarono il paese, l’uomo volle fare un regalo al popolo di Petrella che non l’aveva denunciato, così non potendo farlo ad ognuno decise di donare qualcosa alla chiesa del paese e donò un quadro di grande valore raffigurante la S.S. Trinità. Questo quadro che ora si trova al museo di Celano.

 

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