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Dal 1800 ad oggi
Solo il 19 giugno 1802 Ferdinando II di Borbone attraverso l'organo politico della Real Camera, diede l'assenso per l'erezione dell'edificio. Il 21 luglio giunse l'approvazione anche dalla Segreteria di Stato. La chiesa, però non doveva godere diritto d'asilo, questa la volontà della Segreteria di Stato e del vescovo dei Marsi Giuseppe Bolognese (1797-1805), infatti sulla porta d'accesso alla chiesa fu scritto "Qui non si gode asilo". I lavori ultimarono nel 1815 e il tempio fu consacrato alla SS.ma Annunziata e a S. Sebastiano. Più tardi la chiesa fu insignita con due reliquie (anche oggi venerabili), un dito e il corpo della martire S. Giustina, rinvenuto presso il cimitero di S. Ciriaco al campo Verano.
 
Il Card. Zurla inviò il 21 marzo 1825 il beneplacito di Sua Santità Leone XII (1823-1829) per la custodia di tali reliquie. Infine la chiesa divenne parrocchia dal 1854 al 1864. Nella storia semplice e quotidiana delle famiglie del paese, il convento trinitario ha sempre rappresentato un polo d'attrazione. Non esistevano di certo le sale giochi, i bar erano interdetti alle donne; cosi le fanciulle del paese si radunavano ogni pomeriggio nei locali del monastero. Era fiorente, infatti, l'attività delle Figlie di Maria, una sorta di confraternita per le giovani, di cui testimonia la presenza nel paese il resoconto della visita pastorale a Cappadocia, effettuata da Monsignor Giacci, Vescovo dei Marsi, il 10 luglio 1907. Nelle sale del convento le giovani si intrattenevano con le religiose ogni pomeriggio, per qualche ora. 
 
Si faceva di tutto, dal catechismo ai lavori manuali di ricamo, dalle danze ai giochi; poi c'erano le solite ragazze incuriosite che si addentravano furtivamente nella clausura del convento, curiose di vedere come e dove vivevano le loro maestre. La comunità religiosa era anche ben fornita di mulino, lavanderia, dispensa e di orto. Essa accoglieva, inoltre, le compagnie dei pellegrini che tornavano dal Santuario della SS.ma Trinità, nel cuore delle montagne, e che cantando attraversavano il paese, per poi sostare qualche tempo dinanzi il corpo di S. Giustina, e quindi, far ritorno ai paesi di origine . In primavera e in estate, invece, si lasciava più tempo alle passeggiate, mentre i ragazzi gironzolavano intorno ai gruppetti di giovani che passeggiavano lungo i campi.
 
Quando, poi, la tecnica introdusse il grammofono anche nel convento, allora sembrà di stare, per quelle fanciulle, in una elegante discoteca ante litterram. Mentre le Maestre Pie Trinitarie attendevano alla loro missione, altri documenti attestavano di Cappadocia. 

Nel 1797, infatti, viene pubblicato il "Dizionario geografico ragionato del regno di Napoli" opera di Lorenzo Giustiniani, e dedicato a Ferdinando IV (già I) re delle Due Sicilie. La descrizione di Cappadocia è alquanto interessante, sopratutto per alcuni dati demografici:

"CAPPADOCIA, Cappadosio, o Cappadozio, terra in Abruzzo ultra, in diocesi dei Marsi, distante dall'Aquila miglia 35 in circa, e dal mediterraneo 90. Il di lei territorio continua con le terre di Venecchie. Pagliara, Castellafiume, ec. Vedesi edificata su di una rocca molto smscesa, ed alpestre. A distanza di un quarto di miglio vi scorre il fiume Liri, nel quale gli abitanti di detta terra, vi pescano buone trotte. Vi è una montagna denominata di Anezze, ed un buon appellato Camporotondo, molto ricco di faggi. Tanto in detta montagna, che nell'accennato bosco vi annidana quantità di lupi, ed orsi, oltre di caprj, volpi, e lepri. Non vi manca molta caccia anche di pennuti."
 
Sempre al XVIII secolo appartiene una mappa della diocesi dei Marsi in cui figura anche il nome di Cappadocia, scritto non in grassetto come quello della vicina Petrella Liri. Ciò in contraddizione con il già citato affresco rinascimentale custodito nei Musei Vaticani. Molto probabilmente in quel periodo la sede comunale era a Petrella e si conserva l'effige dello stemma del Comune risalente al 1720. Per di più si pensa che a Petrella risiedesse la nobiltà locale, e non tanto a Cappadocia. 
 
Ai primi dell'Ottocento anche Cappadocia cade sotto l'egida napoleonica ma come la maggior parte dei paesi italiani, non rispetta l'editto di Saint Cloud del 1804, che prevedeva la sepoltura in fosse comuni e fuori dei centri abitati, poichè il cimitero fu edificato nel 1932. Del periodo napoleonico si conservano due stemmi comunali, ed è accertata una certa libertà nel gestire usi civici ed attività varie. Allora il Comune era guidato da un sindaco e da un Decurionato, una sorta di giunta comunale, le cui riunioni sono fedelmente riportate in un registro comprendente gli anni 18131822, e di cui riferiamo il resoconto di una seduta in merito all'esigenza di denaro per sostenere l'armata francese e quella di Gioacchino Murat (re di Napoli dal 1808 al 1815 e fedele a Napoleone) contro la potenza austriaca:
 
Registro X del Decurionato dal 1813 al 1822 Oggi venticinque del mese di Marzo Anno Mille Ottocento Tredici nel Comune di CAPPADOCIA 
 
Previo l'intimo del Sig. Luigi TOCCI Sindaco, e Presidente del Decurionato si sono radunati nel solito luogo delle sedute li Sig.ri Eligio BARDE, Domenico GATTINARI, Michele MARIANI e Gaetano NICOLAI, i quali avendopreso ognuno ilsuo posto il Sindaco ha fatto luogo alla seguente proposizione: Decurioni. Voi ben sapete tanto per parte de publici fogli come da realzioni ( .),
 
che la Prode Armata Francese e con essa anche quella del Nostro Augusto sovrano, alla medesima alleata, per l'inclemenza del clima, e la rigidezza della stagione hanno sofferte della perduta retta passata campagna contro l'Austria. Dovete ben lamentarvi, che ogni buon cittadino deve per la tranquillità della Patria, e per l'attaccamento, e devozione al di lui Sovrano cercare di reprimere l'orgoglio del Nemico, e nel tempo meglio prestare aiuto per il completamento di tutto ciò che bisogna porre in piedi un'armata, che la gravità della stagione ha in parte nuovamente distrutta. 
 
Vi son qui note le generose offerte, che al nostro Augusto Sovrano si fanno da tutte le amministrazioni, Cleri e Comuni, a ciò al più presto rimpiazzino gli oggetti, che necessitano per la rimonta della Nostra Armata. In merito dunque di tali ragioni, sull'esempio degli altri Comuni, che antecedentemente deliberato, ponendovi in vista i doveri di Cittadino, non che di pubblici rappresentanti l'inizio a deliberare quall'offerta della farsi al Monarca per i bisogni dell'Armata, e da qual fondo del'Abruzzo dover si debba desumere la somma che voi dovete approvare per tale offerta. Il Decurionato riflettendo leviamente alla no.tra Proposizione, e considerando cosa giusta e doverosa, che debba anche prestarsi ogni aiuto e soccorso al Sovrano per i bisogni attuali della Patria ha unanimemente deliberato, che si offri al Comune di Cappadocia, e suoi dintorni la somma di 6 ori e quattrocento-ottantaquattro per il rimpiazzo di un cavallo, qual somma, a ciò non rechi alcun dissenso al conte: esercizio debba desumersi dalla Corte di Capua dell'Anno antecedente, per quello si troveranno sufficienti, ed un di fatto per quello, che manchi a qualche Comune desumersi debba dal Fondo dell'Imprevisto. Cosi deliberato che la presente riduzione debba:
 
(... ) Al Ill.Mo Signore Intendente, nell'atto, che dovevo rimettergliene copia. Dopo di che fattasi lettera della Presente Deliberazione li Sig.ri Decurioni si sono sottoscritti, e si è sciolta la seduta. Seguono le firme + Segno di croce di Micchele Mariani Decurione Domenico Gattinari Decurione Gaetano Nicolai Decurione Luigi Tocci Sindaco e Presidente Quando, poi, i Borboni tornano nuovamente a Napoli, a partire dal 1815, viene redatta una Descrizione fisica, economica e politica dei loro possedimenti, nella quale viene descritto anche il paese di Cappadocia, completata nel 1835. 
 
Quando ormai, in pieno ottocento, in Europa sorge la moda di realizzare viaggi in Italia, anche Cappadocia è meta di poeti. Nel 1837 è visitata dal poeta P. Keppel Craven che di essa cosi parla: "Nulla di più bello delle umili e ignote sorgenti del Liri l'immaginazione può dipingere a se stessa. Esse spuntano in più polle distinte dal fianco precipite di un'altura conica di roccia calcarea, e si uniscono alla sua base in un bacino circolare scavato dalla mano della natura. Questo riceve inoltre un apporto più consistente da una cascata posta in alto (... )". Insieme sembrano realizzare la luminosa fantasia della mitologia greca (...)". 
 
Già in precedenza per la bellezza di Cappadocia colta questa volta attraverso la sua gente, desta l'interesse del noto pittore neoclassico Bartolomeo Pinelli, che nel 1816 raffigurò in una stampa "Uomo e donna del paese di Cappadocia Abruzzo Ultra", nei loro antichi costumi, e secondo i dettami del Neoclassicismo: profilo greco,lineamenti tenui, armonia con lanatura.
 
A testimoniare l'appartenenza del nostro Comune al reame partenopeo non sono solo i carteggi ma un interessante monumento storico. Nel 1848, infatti, per volontà di Pio IX, al soglio pontificio dal 1846, viene eretta una serie di colonne in pietra, a non molta distanza da Cappadocia, per segnare il confine tra Regno di Napoli e Stato Pontificio. Ogni colonna, numerata e datata, porta da un lato il simbolo inciso del Vaticano: la tiara e le chiavi di Pietro, e dall'altro lo stemma Borbonico: i gigli di Francia. 
 
Nel 1853 Cappadocia da' alla luce una grande figura di cui il paese sarà orgoglioso: Il Beato Padre Salvatore Lilli, francescano missionario in Turchia, beatificato nel 1982 da Sua Santità Giovanni Paolo II. Il Beato dopo una giovinezza trascorsa in povertà si trasferì al noviziato francescano di Nazzano Romano, poi, dopo diverse vicissitudini parti alla volta della Turchia. Qui nel 1895 diviene parroco e superiore della missione di MugiuKderesi, dove lasciò il segno della sua profonda spiritualità  proprio in quella missione. Il 22 novembre 1895, un drappello di Turchi lo feri ad una gamba, bruciò la missione e vedendo che il Beato non intendeva abiurare la religione cattolica, secondo quanto essi gli imponevano, lo uccisero barbaramente insieme ad altri sette cristiani armeni. Finalmente troviamo Cappadocia unita al regno d'Italia quando, nel 1871, il canonico teologo della cattedrale dei Marsi residente in Pescina D. Andrea di Pietro prende in esame le agglomerazioni delle popolazioni del tempo.
 
Una successiva documentazione su Cappadocia si ha nel 1879 allorchè si opera una relazione archivistica dei demani della provincia del Secondo Abruzzo Ulteriore. Alla pagina 88 di questo documento, al punto 108 si dice: " Cappadocia Vicino a Verrecchie dove ha la sua sorgente il fiume Liri incomincia h Valle di Nerfa, che molto stretta nella parte occidentale, si dilata nella parte meridionale, e giunge fino a Capistrello. Nel principio di questa valle, sostiene Paolo Marso, e non già Pietro Marso, riferito dal Febonio, che quel Duce Marsia mandà una porzione di Lidi ad edificare Cappadocia, in memoria di quella che aveva perduta nell'Asia. Confina coi territori di Petrella, Capistrello e Rocca a Cerro. Nel tenimento di Colle Secco ha la sua sorgente il fiume Liri. 
Vi si accede per strada rotabile e cavalcabile. Appartiene come sopra si è acennato al Circondatario di Avezzano, e alla Diocesi di Pescina. La sua estensione di 3395 moggi nap. cioè 2768 di monte e 627 di piano."
 
E' invece del 1882 la Corografia dei Comuni e di Villaggi del Secondo Abruzo Ulteriore che riporta al punto 108 della pag. 39, scritto in stampatello: CAPPADOCIA Una stella col cappello; lo stemma della Chiesa S. Biagio e S. Margherita. La fama di Cappadocia sembra ancora una volta non tramontare. La sua importanza, infatti, viene maggiorata dal soggiorno estivo di Gabriele D'Annunzio che ivi dimorò nell'estate del 1889 per rinvigorire il suo corpo affetto d'asma. Il poeta pescarese abitò a Cappadocia nel borgo Orto Pompilio ospite di una donna di nome Costanza. Di essa e di ciò che vide e provò il poeta nel nostro paese vi è una testimonianza artisticamente elegante inserita nella tragedia dannunziana "La fiaccola sotto il moggio", scritta nel 1905, di seguito riportiamo un estratto del discorso di Simonetto.
 

Voglio andare a Cappadocia dalla zia Costanza.
Mettimi sul mulo che sa la strada.
Ah come si respira bene nei boschi di castagni!
Voglio ancora il mio schioppo
e i miei cani pezzati, bianchi e neri,
bianchi e falbi; e quei belli occhi franchi,
e quelle orecchie belle come il velluto;
e le sorgenti fredde del Liri
tra i macigni, dove scendono
e salgono le donne con le conche sul capo;
e quella stanza bianca dove si dorme
in pace tra l’armadio e il canterano
che stanno cheti senza chiacchierare
e sanno di lavanda.
Voglio tornare là. {...}
 
Ahimé, nutrice, anche diceva
(Donna Monica) quando era l'estate (non te ne ricordi?) 
"stasera apparecchiate sotto il platano. 
Ceneremo all'aperto... 
E veniva dai monti la frescura su la tavaglia, 
ed era intorno ai lumi un aliare di farfalle,
e noi gittavamo le mandorle novelle 
contro i pavoni appollaiati... Andiamo, Annabella {....}
  

Alle soglie del XX secolo, precisamente nel 1899, un altro poeta parla di Cappadocia. Si tratta di Strafforello il quale scrive: "Ai suoi piedi sotto un taglio a picco di quella catena, una larga polla d'acqua cade in una vasca naturale scavata nella roccia; è quella la sorgente del Liri. L'acqua esce poi dalla vasca per cadere su un letto sassoso, scorsa appena un poco, gira una immensa sporgenza pietrosa, alta come un campanile, pittoresca, coperta di muschi, di erbe rampicanti". Si hanno poi altre notizie su Cappadocia dal resoconto, molto dettagliato, della visita pastorale, già sopra citata, avvenuta il 10 luglio 1907, seguita a quella effettuata il l' febbraio 1876.
 
Dal resoconto si ha qualche informazione interessante, come la presenza di cinque cappellanie: S. Pietro, SS.ma Trinità, Madonna delle Grazie, S. Francesco, S. Antonio. Queste cappellanie erano tenute da famiglie locali, che provvedevano alle spese di mantenimento e di restauro, e alla custodia degli appezzamenti di proprietà delle stesse cappellanie. Era in piccolo la situazione che si presentava in tutta l'Italia e in Europa, dove molte chiese erano di proprietà privata, specialmente nell'antico Regno di Napoli. Nello stesso documento si attesta la presenza di alcune confraternite, quella del Suffragio, di MariaAssunta e del SS. Sacramento; la vita religiosa che si conduceva nel paese e la sua attività nel periodo estivo che si concludeva con la processione della terza settimana di settembxe, prima che i pastori riprendessero la strada della plurisecolare transumanza. 
 
L'assenza di matrimoni civili, e la fioritura di vocazioni religiose sono un'altra nata del documento. Si può immaginare, dunque, come si trascorreva la giornata in questo modesto paese, nello stesso modo con cui il Manzoni nei "Promessi Sposi" e molti altri autori ci presentano. La giornata iniziava molto presto la Santa Messa verso le 5 del mattino per i pastori, il lavoro nei campi o sulle montagne. La siesta accompagnata da un boccone di pane e scandita dal suono della campana che invitava i fedeli a fermarsi per l' "Angelus". Poi di nuovo al lavoro, le giovani, al convento trinitario. Cosi nuovamente i rintocchi del campanile che suonavano l' "Ave Maria", ponevano fine alla giornata lavorativa, allietata dai canti dei braccianti. Una semplice cena, un intrattenimento intorno al focolare con tutta la famiglia e poi a letto, pronti a riprendere il fardello del giorno successivo. 
 
Questo il ritmo, spesso ripetitivo, che ha caratterizzato la vita di questo e di altri paesi. Una vita senza ambizioni e forti insuccessi, fatta di stenti e di qualche soddisfazione, ma che ha forgiato il temperamento della gente d'Abruzzo, che tutti dicono " forte e gentile". Anche Cappadocia, poi vive il dramma delle guerre mondiali, ha i suoi caduti, vede alcuni figli prigionieri o fuggiaschi, è vittima dell'occupazione tedesca. Cosi in piccolo si riproduce lo stato di angoscia che si legge sui libri di storia. Cadono tre bombe nell'ultimo conflitto, si difendono i propri averi murando le cantine, si è derubati di viveri e vestiario dall'occupante, ma nonostante tutto si aiutano i rifugiati che stanno sulle montagne e scendono solo a sera, quando le donne riempiono di cibo, per loro, i canestri, mentre i bambini fanno la fila dietro ai soldati per avere qualche biscotto in più. 
 
Poi, però, la vita fiorente di Cappadocia sembra concludersi alla metà del Novecento, quando il paese subisce il dramma dell'emigrazione, restando quasi spopolato. E' lo scotto che pagano tutti i paesi del nostro meridione, per l'avvento del progresso"quando i tradizionali mestieri cadono in disuso e gli uomini, non a torto, cercano uno stile di vita migliore. Lo spettacolo, piuttosto desolante, cui si assiste in quegli anni a Cappadocia, è fatto di gente che parte, di pochi bagagli ammucchiati su un camion, di lacrime, di abbracci e di sorrisi. Qualcuno ha già datempo lasciato il paese, verso mete anche straniere, come l'America, contribuendo a lavori colossali, come la costruzione del ponte di Brooklyn.
 
In pochi anni il paese si spopola. Le vallate non risuonano dei canti dei contadini, nè del belare o muggire degli armentj. Per strada incomincia ad essere difficile incontrare qualche donna vestita con quelle lunghe gonne variopinte, le "pullacche", con il fazzoletto in testa e le "cioce" ai piedi. Pian piano sorgono altre strade, altre case, il paesaggio cambia volto. Si giunge ai giorni d'oggi; con le piste da scii che brulicano quando la neve ricopre i monti; con gli antichi sentieri percorsi non più dai montanari, ma da escursionisti che vogliono fuggire il caos e lo smog della città, e godersi qualche stupendo paesaggio, con la fortuna di vedere qualche animale selvatico scorazzare per le valli. Restano, però, alcuni segni di un passato senza presunzioni, ma laborioso, a molti essi non dicono nulla, ma a chi è figlio di questa terra suggeriscono qualcosa. 

Historia Cappadociae

 

 
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