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Dal 1100 al 1700

Ufficialmente, il nome di Cappadocia compare per la prima volta in una bolla dell'antipapa Clemente III, al secolo Guiberto di Ravenna, nativo di Parma, che esercità il suo illecito pontificato dal 1080 al 1100, appoggiato dall'imperatore germanico Enrico IV che da lui fu incoronato re, anch'esso ostile al papa Gregorio VII, reale successore di Pietro. Queste le testuali parole riportate nel documento pontificio: "Sancti Blasii, Sanctae Margaritae in Cappadocia" e nell'elenco: "Ab Ecclesia Sancti Blasii, grani cuppas sex: Ab Ecclesia Sanctae Margaritae, grani cuppas sex". 
 
Le due parrocchie esistenti, infatti, Santa Margherita nel borgo di Valle Fredda e San Biagio, pagarono allora al Papa una tassa, rispettivamente di sei coppe di grano ciascuna, vale a dire circa 240 chilogrammi complessivamente, poiché una coppa corrisponde a 20-21 Kg. Nel Duecento è il celebre Dante a citare questi luoghi. Lo fa nel Canto IV del Purgatorio, al verso 26, quando dice: "Montasi su in Bismantova e 'n Cacume". Cacume, più volte ritorna nella Divina Commedia ma in lettera minuscola, con il significato di cima. Questa volta, però identifica un preciso luogo abitato situato non molto distante da Cappadocia, tra le montagne a ridosso di Carsoli, nella direzione di Roma. Presso Cacume vi è anche un altro paese, di cui rimangono i ruderi: Morbano (= forse morbo, luogo di appestati, o ancora Mar-rumpanum da Marruvio, altro nome del popolo marso). 
 
La leggenda vuole che questi due paesi, nella notte dei tempi, furono incendiati l'uno per mano dell'altro, quando le rispettive popolazioni, da tempo rivali, percorsero due strade diverse, senza incontrarsi, per porre fine all'ostilità. Tuttavia si tratta di luoghi abitati da pastori, forse fuggiti alle pestilenze della campagna romana, e che ci hanno lasciato i segni della loro esistenza. Erano comunque già famosi nel XIII secolo se Dante cita Cacume; forse costituivano luoghi di mercato per la vicina Cappadocia, o esclusivamente soggiorni estivi per i pastori. Concordano con la versione del Petrocchi, riguardo a questo verso di Dante il Bosco e lo Jacomuzzi-Dughera; mentre Gustavo Doré considera Cacume il monte Cosuzzo non lontano da Cosenza; ed ancora Pietrobono lo considera semplicemente cima. Le genti di questi territori sono sempre pastori, tagliatori di boschi alcuni artigiani e commercianti. Di agricoltori se ne incontrano pochi, e questa è una linea mantenut.a ancora oggi. 
 
La causa è da ricercare nella natura del terreno, argilloso, tufaceo, pietroso, nell'altitudine e nell'intemperanza del clima. Tutti i fattori che hanno sempre permesso solo un'agricoltura di sussistenza e non di mercato. E' stato, invece, più redditizio l'allevamento e il commercio di legname. I numerosi faggeti e castagneti che coprono in estate di un tappeto verde lussureggiante le alture piuttosto brulle, sono da sempre fonte di guadagno, specialmente in passato, quando l'unica forma di riscaldamento veniva dal legname. Questo, però, ha condizionato fortemente gli usi della gente di Cappadocia, come lo è stato per tutti i paesi d'Italia. In autunno, infatti, quando i pascoli incominciavano a non dare più nutrimento, i pastori, prendevano i loro pochi bagagli e con tutta la famiglia si spostavano verso la campagna romana, in luoghi fertili, come la Torre del Padiglione. Cosi facevano i boscaioli, i mulattieri. Si andava a vivere in capanne fatte di frasche, vicine a fontanili o ai luoghi di lavoro; mentre i pochi bambini che andavano a scuola dovevano percorrere molta strada prima di giunge re ai centri abitati. 
 
A Cappadocia si ritornava verso maggio o giugno, i viaggi avvenivano prima a piedi con la durata di circa 3 giorni, poi via ferroviaria e solo in questo secolo con i camion. Durante l'estate, poi, nascevano i figli, in genere ogni due anni, poiché la famiglia doveva avere minori preoccupazioni. possibili in inverno. Nel periodo estivo, come tuttora accade, Cappadocia si ripopolava di gente, era in piena attività. Le feste patronali, le lunghe passeggiate per i boschi caratterizzavano questo periodo. C'era, però, anche chi non conosceva alcun riposo e doveva lavorare sui pascoli, magari raccogliendo legna-. me per gli stazzi o facendo la spola con i muli dai pascoli al paese, portando formaggio e ricotta e rifornendosi del necessario. Per loro la giornata iniziava all'alba. Per chi risiedeva in paese il sacerdote presiedeva una S. Messa allo spuntar del sole, affinché, poi, ognuno potesse andare a lavoro.
 
La popolazione di Cappadocia, quindi ha sempre vissuto in uno stato seminomade; annualmente venivano percorsi quei sentieri i "tratturi", di cui parla il poeta pescarese Gabriele d'Annunzio in quella lirica che esprime il suo attaccamento alla terra natia "I pastori". Le piccole migrazioni di questa gente, riflesso di quanto nella storia è accaduto tra le popolazioni, hanno permesso, a chi le compiva, di uscire, più di altri, dal proprio campanilismo, cosi da creare una mentalità un po' più aperta rispetto a tanti altri paesi. D'altra parte però, ciò non ha sviluppato nessun gusto particolare per le costruzioni, assai modeste. Per questo si può accumunare Cappadocia, nel suo status fino a questo secolo, al paese di Fontamara, descritto dall'abruzzese Ignazio Silone nell'omonima opera "Un villaggio insomma come tanti altri; ma per chi vi nasce è cresce il cosmo. L'intera storia universale si svolge: nascite morti amori odi invidie lotte disperazioni". 
 
Nel 1277-79 il nome di Cappadocia compare su un registro della Cancelleria angioina; giunto fino a noi grazie al lavoro di ricostruzione di tutti i registri del Regno di Napoli ad opera del noto Riccardo Filangieri, chevi attese nel 1866 con altri archivisti napoletani. La citazione è piuttosto scarsa di informazioni: "Arnulfus de Stipe assecuratur ab hominibus castri Cappadociae de Iustitiariatu Aprutii (Reg. 33, f52 t)", vale a dire "Arnolào di Stipe viene assicurato dagli uomini del castello di Cappadocia riguardo al Giustiziariato dell'Abruzzo". Ignota, però, la figura di Arnolfo di Stipe, probabilmente un funzionario degli Angioini. A partire dal 1282 Cappadocia, come l'intero Regno di Sicilia passà sotto l'egemonia degli Aragonesi, e nel 1441, con atto legale del re Alfonso d'Aragona, viene istituito il contado di Tagliacozzo a cui faceva parte anche "Cappadocium", e sorretto dal barone Giovanni Antonio Orsini. Cosi risulta da un elenco dei vari paesi che il re Alfonso volle redatto "ad recollegendam tassam a baronibus" (= per riunire la tassa dei baroni). 
 
Ed è sempre da un registro della Cancelleria aragonese che si ha notizia su Cappadocia nel 1468. Si tratta del volume XI della cedola della tesoreria d'Abruzzo, riorganizzato nel 1881 dai membri dell'Accademia Pontaniana di Napoli. Al foglio 42 di detto volume è riportata una tassa pagata dal paese di "Cappadocio" al "Conte de Tagljacozzo et de Albe quale se piglia lo cavalere Ursino". La tassa ammontava a "Thumuli 42" una misura del tempo. Al foglio 87 t Cappadocia compare con una tassa di 42 ducati e 0 tarini (1 ducato = 5.000 lire), con una precisazione data dagli archivisti napoletani dell'800: A margine si legge: Taxatur in taxa generali duc. XXXXIIII" in pratica: "il paese è stato tassato nella tassa generale di 44 ducati". 
 
La registrazione dei tributi versati da Cappadocia al re di Napoli non si ferma qui. Al foglio 132, infatti, sempre nel volume XI, risulta che il paese pagà 42 thumuli, seguito dai paesi di "Alto de Santa Maria, Scanzano, Castello Vecchio". Nel '500 Cappadocia è ormai un paese ben conosciuto non solo dai funzionari di corte che ne debbono annotare i versamenti, ma anche dagli ecclesiastici del Vaticano. Ciò è dimostrato da un interessante documento, questa volta artistico, che conferisce maggiore notorietà al piccolo paese dell'Abruzzo. Cappadocia, infatti, viene riportata sull'affresco di una parete de1 corridoio delle carte geografiche in Vaticano, dove sono dipinte le varie regioni d'Italia; "Capodocio" è compreso nel territorio della Marsica, e da esso nasce il fiume Liri. Poche case costituiscono il paese nel Rinascimento. Non si ha più notizia del paese fino al 1678, quando compare su una mappa della diocesi dei Marsi e se ne parla ne "Historia Maxsorum" del Febonio.

 
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