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Dall'etÓ romana all' XI░ secolo

Il generale romano Cornelio Silla nell'88 a.C. guerreggiò contro il re del Ponto Mitridate VI, che nel 99 a.C. aveva deposto il re legittimo Ariobarzano, unendo le province orientali dell'Impero in una lega finalizzata, a destituire lo Stato Romano. Da quella campagna militare, Silla tornò vittorioso con i suoi veterani ai quali fu riconosciuta la cittadinanza romana e l'assegnazione di alcune terre. Molto probabilmente ad alcuno di quei soldati fu lasciata l'attuale terra di Cappadocia, che essi cosi chiamarono per eternare le imprese compiute in quelle lontane terre. 
 
E' dunque fuori discussione che ci sia stata una migrazione, verso l'attuale paese, da quelle terre asiatiche. forse migrarono insieme cristiani e veterani. Una prova è senza dubbio questa: la diocesi dei Marsi, che aveva la sua sede originaria in Pescina fino al II conflitto mondiale, fu fondata dai Santi Martiri cappadoci Rufino e Cesidio, patrono di Trasacco (AQ), rispettivamente padre e figlio. Quando Cesidio giunse nella Marsica il Padre era già vescovo di tale regione dopo essere stato Pastore di Amasia nel Ponto. Più tardi Rufino si recà ad Assisi, passando per Tagliacozzo e Roma, percorrendo la strada Tiburtina Valeria. Ad Assisi però, S, Rufino incontrò il martirio nel 240 d.C., secondo quanto attesta la "Passio" del Vescovo. Il paese di certo, era inizialmente costituito da poche capanne, concentrate verso il fiume Liri, ma rialzate rispetto ad esso, per garantire una certa sicurezza.
 
Si trattava di case costruite con i sassi, con quella pietra che le montagne circostanti hanno sempre fornito. Sicuramente erano case assai grandi, fino ai primi di questo secolo, infatti la gente di Cappadocia ha trascorso la propria esistenza in un grande stanzone, posto al piano superiore di una modesta abitazione, poiché il piano inferiore veniva adibito a stalla, a pollaio e cantina. In quella sala si mangiava, si dormiva, li le donne si radunavano per trascorrere le lunghe giornate invernali, quando il freddo e la neve non permettevano di uscire. Per secoli in quelle case si sono consumate storie di miseria, ma anche piacevoli intrattenimenti. Non c'è da stupirsi del fatto che tanta gente anche pastori e contadini, conoscessero i grandi poemi del Rinascimento: "l'Orlando furioso", "La Gerusalemme liberata" "La canzone d'Orlando", o tutti i racconti biblici. Intorno al fuoco, infatti, la sera quando si poteva godere un po' di riposo, si radunava l'intera famiglia allora assai numerosa, e il capo famiglia, o chi per lui, leggeva questi racconti. Quella era la televisione di allora, e i bambini chissà quali mondi immaginavano sentendo quelle storie. Poi la recita del S. Rosario e quindi tutti a letto.
 
Per quella gente, i nomi dei paladini o dei profeti o dei patriarchi erano affascinanti, per questo molti portavano i nomi di quei grandi personaggi. Si tratta di quella situazione propria delle genti povere dell'Italia e dell'Europa fino a quando il progresso non ne ha sconvolto lo stile di vita. Ma torniamo ora alla storia vera e propria. 
 
Tra il 268 e il 270 d.C., l'imperatore Claudio tentò di controllare il corso del fiume Liri, di scavare delle cave dove incanalare l'acqua per prosciugare il lago del Fucino. L'opera si presentò ai Romani dispendiosa di forze e di denaro e per questo fu abbandonato il progetto iniziale. Nell'VIII sec. d.C. il territorio di Cappadocia viene annesso alle regioni poste sotto la dominazione dei Longobardi, per appartenere in seguito nel IX e X secolo al Ducato di Spoleto. Ma già da questo periodo si delinea la forte influenza esercitata dal Monastero di Montecassino nel cui feudo rientrava il paese di Cappadocia. 
 
L'influenza appartiene già al primo monachesimo benedettino. Vengono costruiti due conventi quello di San Tommaso sopra le sorgenti del Liri, nella zona chiamata "La Spogna", per la pietra spugnosa e tufacea utilizzata per le costruzioni, e quello di San Pietro che diede il nome all'ancora esistente fonte, chiamata in dialetto "Fonte Nina". Di questi conventi oggi non ne rimane che qualche traccia. Probabilmente i monaci cassinesi vedevano in Cappadocia una rocca forte un punto da dove controllare le terre sottostanti nella Valle di Nerfa. L'influenza cassinese diede ai parroci di Cappadocia anche il titolo di abate, tuttora conservato; titolo che garantiva al curato qualche beneficio in più. Si tratta di un'influenza legata alla fondazione delle tredici Abbazie già al tempo di Benedetto, che da Subiaco si espandono come Carsoli e Verrecchie.

 
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